23 dicembre 2014

Quegli auguri che non so scrivere, ma voglio farvi



Questo scarabocchio è un pensiero, per dirvi grazie, per augurarvi che il sorriso non vi lasci andare mai, perché a scriverli gli auguri non sono brava – nemmeno a disegnarli, ma almeno sono più simpatici – perché passando di qui sappiate che sono felice di condividere i miei pensieri con voi che sapete ascoltarli.

12 dicembre 2014

Baci rubati





Prima elementare. Ho 6 anni, le codine e gli occhi grandi. Ho un fidanzatino, anche se io non lo so. Non so ancora cosa sia l’amore, ma lui mi ama. Lo capisco dal fatto che tutte le mattine mi porta un soldino di cioccolato, sapete, uno di quelli con la carta luccicante che sembrano usciti dall’albero degli zecchini d’oro di Pinocchio. Né io né lui abbiamo il naso lungo, questo no! Qualche volta, mi dà piccoli baci a tradimento.  Sulla guancia, non osa di più. Un tipo all’antica, non c’è che dire.
Arriva, prende il coraggio tra le mani e dice: «Valentina, siamo fidanzati, vero?».
Lo guardo, assumo un’espressione decisa e seria e rispondo: «No, se non la smetti lo dico al mio papà. Ha una pistola!». 
Lui, il mio papà lo incontra qualche volta fuori dalla scuola e sa che la pistola ce l’ha sul serio, la vede ogni volta che viene a prendermi con il vestito grigio.
In quel momento, il nostro amore fa  bang!
Lui non mi regalerà più soldini di cioccolata. Mio papà resterà a piede libero, nonostante la pistola che adesso non ha più. 

11 novembre 2014

paesaggi



Akihiro Nishino


Questa mattina ho rivisto un posto come non me lo ricordavo più. Non so perché, è come se, in tutto questo tempo, io e questo posto fossimo arrivati a conoscerci così bene da imbarazzarci a mostrarci per come ci sapevamo quando ci siamo incontrati. Eh, lo so, nemmeno io lo capisco questo imbarazzo, ma se ci penso bene, credo possa essere perché ci sembrava una menzogna. Questa mattina, in tutto quel silenzio che non la smetteva di star zitto, in mezzo a quelle strade che sono come tutti i segni del viso che sai a memoria e che riscopri sempre, in fondo a tutte quelle cose che non riesco più a sentire, ci siamo rivisti. E per un momento, soltanto uno, mi è sembrato di ascoltare. Poi è passato.




25 settembre 2014

Risvegli



Il vento smembra le nuvole fino a farne tanti piccoli ciuffi bianchi e confusi. Una tempesta di neve come non ce ne sono mai state, come non se ne sono mai viste. I denti battono che così forte non li ha mai sentiti nessuno. E questa tempesta non chiede ragione, non lascia respiro; mentre le nuvole cadono un pezzo alla volta. Una volta, questo cielo era azzurro e chiaro, come tutti quei cieli in cui il sole fa luce sulle ombre più scure. Qualche volta il vento sfiorava le nuvole che erano petali di ciliegi in fiore. Quelle volte il cielo danzava. Questa volta, no. I fiocchi di nuvole battono contro i rami arresi, le porte chiuse, i pavimenti ghiacciati. E si fermano, svaniscono. I rami si fanno polvere bianca e sottile, le porte scompaiono e i pavimenti si sciolgono. Non c’è più niente, solo una distesa di bianco e un flebile graffio di luce.  Solo una piccola e silenziosa crepa dorata, così piccola che nessuno lo direbbe mai che è lì proprio per scuotere tutto. Nessuno direbbe niente, in tutto questo bianco che sta per svegliarsi.


16 settembre 2014

No, le pecore voglio lasciarle in pace!




I motivi per cui non dormire possono essere tanti, quello che piace o non piace, ma nonostante tutto piacerebbe, [quasi] a tutti è non dormire perché qualcuno ha deciso di sedersi sul pianerottolo dei pensieri e fermarsi. Piacerebbe anche a me, ma, mi spiace, non sono questi i motivi per cui non riesco a dormire. Sul mio pianerottolo non c’è nemmeno un fazzolettino di spazio, neppure uno di quelli ripiegati a forma di triangolo che quando ero piccola mi facevano impazzire perché non rispettavano mai il teorema di Pitagora. A Pitagora e i suoi amici credo di aver detto “ciao” per sempre. Non lo so ancora se questa cosa mi dispiace, ma è necessaria. Aristotele sarebbe sicuramente felice di cotanta necessità, lo conforterebbe per tutte le volte che non riesce a venirne a capo. È che certe volte le cose te le trovi tra capo e piedi e non puoi dargli un calcio né tentare un goal di testa ché tanto sai che becchi il palo o la traversa. Meglio restare in difesa, meglio chiudere la porta, ché con tutto il chiasso che c’è, trovi una scusa per stare sveglio. Così adesso ho un pianerottolo affollato e chiassoso, ho le tasche piene di trucchi magici che hanno velato e svelato tutte le possibili apparizioni e sparizioni, ho tanti motivi per non dormire e altrettante ragioni per cui dovrei farlo. Arriva un momento in cui la porta non riesci ad aprirla quasi più, al massimo guardi dallo spioncino il tuo pianerottolo e il più delle volte ti volti indietro e ti allontani per non guardare più. Guardo dopo, ti ho detto che guardo dopo. Intanto, chiudi gli occhi e tutti credono che stai dormendo, così abbassano la voce e tutto sembra più lontano. E un motivo per dormire lo hai trovato, sgombrare quel pianerottolo almeno il tempo in cui puoi far finta di avere tutto lo spazio che ti serve per far sedere qualcuno da aspettare, per avere uno di quei motivi che piacciono a tutti e che a te non bastano mai.


11 settembre 2014

Sghemberie Shop, l'ultima trovata (spero la prossima volta si nasconda meglio!)

Cari lettori delle mie Sghemberie e passanti d’occasione, oggi per me è una giornata speciale. Qualche anno fa, quando ho fatto ricorso a un bel po’ di coraggio e ho iniziato a scrivere, non potevo nemmeno immaginare che mi sarei ritrovata qui, a distanza di qualche anno, a presentarvi delle creazioni realizzate da me. E dire che di immaginazione ne ho davvero tanta, chi mi conosce lo sa, anzi, non sa mai cosa aspettarsi perché me ne invento sempre una e, qualche volta, non vi nascondo di aver pensato che sarebbe meglio che ne inventassi qualcuna di meno.
Poche chiacchiere e veniamo al punto!
Siccome le parole da sole erano un po’ malinconiche ho pensato di iniziare a scarabocchiare. Così, è nato Il Coso che i più affezionati di voi conosceranno e mi ha conquistata a tal punto da pensare di portarlo con me, qualche volta. Come? Nel modo più semplice, stampandolo sulla maglietta. Il Coso è stato solo l’inizio perché poi è nato Spaurino, il coraggioso fantasmino che per adesso popola soltanto t-shirt e accessori, ma al quale credo che, prima o poi, dedicherò una storia. Potevo fermarmi a Spaurino? Certo che no! Aspettatevi tante belle e sorridenti sorprese!
Cosa posso dire?
No, la notte anche se ho gli occhi chiusi, non dormo mai sul serio. Consapevole di ciò, e con tutta l’intenzione di evitare qualsiasi tipo di sonnifero, vi presento con gioia e un pizzico d’emozione:


che trovate cliccando QUI

Spero che questo possa essere un ulteriore modo per tenervi compagnia e che non vi stanchiate mai di seguirmi in tutti questi piccoli e simpatici tentativi per colorare la vita di tutti i giorni. 


NB: Se avete suggerimenti, vorreste trovare qualcosa che non è ancora presente o qualcosa di personalizzato, contattatemi scrivendo a sghemberie@gmail.com.
Se volete essere aggiornati, aggiungete la mia pagina Facebook cliccando QUI

Vivaci saluti a tutti,





16 agosto 2014

Le sottrazioni non sono il mio forte





Un viaggio inizia nelle intenzioni, e nel coraggio di aprire l’armadio e fare la valigia. Ché ci vuole coraggio ad aprire un armadio, se sei come me, nell’armadio non ci trovi solo i vestiti, ma anche uno scatolo con una grossa fragola sopra e tanti piccoli pezzi di vita dentro. Di notte, sospetto che oltre ai vestiti e alla scatola con l’enorme fragola ci viva anche un mostriciattolo che non voglio nemmeno immaginare ché se no mi spavento. Ma non è per il mostriciattolo né per lo scatolo che ci vuole coraggio. Il coraggio sta nel fatto che fare la valigia ti ricorda tutte le volte che devi decidere cosa tenere e cosa lasciare andare. A questo non posso rinunciare! Oh, però, quell’altra cosa lì è troppo carina per restare a casa… Se portassi anche questo? Se faccio spazio ci sta! E lo spazio, in ogni valigia che si rispetti, non è mai abbastanza, nemmeno quando pensi che con la magia potresti fare grandi cose: l’unica cosa grande che ti rimane è un punto interrogativo piantato in testa. No, tutto, tutto non ci sta! Allora devi scegliere e di quel tutto devi infilare quel qualcosa che davvero vuoi portare con te e senza cui quel viaggio non sarebbe proprio il tuo viaggio. Allora lì entra in gioco la matematica che proprio un gioco non è e inizi a scoprirti più bravo di Einstein, quando a scuola in matematica riuscivi appena a salvarti con la seconda interrogazione salva tutti. Io ero tra quelli che ce la facevano     un soffio prima dell’esposizione dei quadri, se fossero stati di Mirò, quei quadri, di sicuro avrei fatto di tutto per entrarci il prima possibile, più in forma che mai. Invece no e nella riga dedicata alla matematica io ci entravo proprio all’ultimo minuto. Sarà per questo che anche la mia valigia è una valigia dell’ultimo minuto, sarà che per fare una valigia che funzioni si deve essere un asso nelle sottrazioni, sarà che a me l’asso tutto solo e so tutto io non è mai piaciuto, sarà tutto questo e un sacco di altre cose, ma la mia valigia non è mai una valigia di quelle che funziona. La mia valigia è buffa, i vestiti sono sistemati secondo una logica tutta mia che, nonostante i miei successi in logica – perché la matematica non era il mio forte, ma in logica ero una forza – Aristotele sarebbe sbiancato nel vedere il pigiama con il ranocchio che si incastra con il telo mare e la canotta nera… trova un senso a questa composizione: non c’è. La mia valigia racconta tutta la difficoltà di decidere cosa lasciare andare e i tentativi di infilare tutto all’ultimo momento – altrimenti non ti spiegheresti mai i calzini spaiati che saltano fuori come ranocchi. Saltano soltanto quando la valigia è chiusa, quando la apro tornano sul pigiama – Puf! La mia valigia, e la faccio finita altrimenti mi finisci tu, porta il peso di tutto il coraggio che ci vuole ad aprire un armadio e, nello stesso tempo, tutta la forza delle intenzioni di partire che ogni volta vincono su tutto, anche sull’ira di Aristotele e sulla paura per il mostriciattolo nell’armadio che, poi, è solo un modo per non dire quello di cui ho davvero paura.

 


"I'd rather be a comma than a full stop" (... e se mi conosci davvero lo sai)

5 agosto 2014

Furti segreti, spudoratamente dichiarati

Ché in quello che cerchi per davvero, prima o poi, c' inciampi, anche quando pensi di averlo dimenticato

Sì, ho rubato! Quando una cosa si fa, bisogna dirla. Mica sempre! Shhh… non diciamo cose così che se no ci prendono la mano. Chi? Un po’ tutti, tranne me che ho l’impressione di averla persa la mano, da quando ho smesso di scrivere. Quanto è passato? Non lo so, ma è di sicuro troppo tempo. Quindi? Quindi, ecco perché sto rubando. Cosa? Un pensiero, un’immagine, una canzone e anche un computer ché il mio ce l’hanno in ostaggio e non me lo vogliono rendere. Il pensiero a chi lo hai preso? Fai troppe domande! Zitto tu, personaggio invisibile inventato per farmi dire le cose in un modo un po’ meno più. Ci siamo capiti. Io e te, che poi sarei sempre io. Va be’…
I pensieri si prendono dove ti pare, se ti pare, anche sull’etichetta della birra, stacchi qualche lettera, ci incolli qualche numero, stappi, ascolti la birra che fa frrr – usa l’immaginazione – poi dai un bacio alla bottiglia e te la bevi. Un bacio senza lingua, è chiaro! La birra, invece, la vorrei scura. Uguale, uguale, al pensiero che ho rubato. Che, poi, alla fine, mica me la sono bevuta.
La canzone viene da quel lontano mai troppo distante da dimenticarlo del tutto.
Sull’immagine ho barato. Non ce l’ho. Una ce l’avrei anche, ma non so ancora come si fa a fotografare quello che si vede ad occhi chiusi. La troverò? Suspance!
Sul computer lascerei un po’ di mistero, se riesco a metterlo dove l’ho trovato, nessuno se ne accorge e l’ho fatta franca!
Francamente, rileggendo tutto quello che ho scritto fino a qui, mi chiedo se sei ancora con me o sei ormai lontano. Se non ci sei più, posso capire, probabilmente, dopo aver pensato: Di’ la verità, la birra non era solo una, eh?, sarei andata via fischiettando la canzoncina che ho rubato, l’avrei tenuta per me reinventando le parole. Come adesso, che ritrovo una parola in un’immagine. L’ho scritta io, e penso che le parole restano tue, anche quando tutto il resto non c’è, soprattutto quando gli occhi sono bene aperti e proprio non se ne parla di rubare.



2 luglio 2014

Avrei voluto scrivere una canzone, ma poi no.



Alessandra Fusi


Io le canzoni tirafuoritutto non le devo ascoltare!

Prima strofa

No, non ti riconosco. Dico di no. Non mi ricordo. No, proprio no. Anche se. Quella frase lì, magari. Forse, se mi sforzo un po’. Quella cosa lì, sì, un po’ più o un po’ meno. Sai che, quasi, quasi…

Seconda strofa

Sì! Quella volta che ci stavo dentro come Alice nel labirinto della Regina di Cuori, e quell’altra che ero più fuori dei tulipani della signora Piera che, lo sanno tutti, non ha tulipani, nemmeno uno, ma un balcone a strapiombo sulla strada sì. Al quinto piano. Mica ero su quel balcone! Io ero il balcone!

Ritornello

Ahi, ahi, ahi! Senti come stridono, strillano, rullano. Le parole vorticano su un giradischi inceppato. La prima strofa non riesce più a nascondersi, la seconda non ha nemmeno un segreto. La terza la sai già cantare, anche se ancora non l’hai ascoltata.

Terza strofa

La so! Nel labirinto della Regina di Cuori io ci sono stata. Inseguivo un coniglio bianco. Ho lasciato perdere il coniglio bianco e, insieme a lui, ho perso il tempo. Mi ricordo tutto. Le corse nei viali verdi e rossi. Più rossi che verdi. Rigorosamente rossi. Solo rossi. O rossi o niente. Perbacco! I graffi delle rose. Le lacrime smarrite per ciò che si cerca e non c’è. Il Cappellaio Matto mi ha rubato un bacio. Te lo rendo al prossimo incontro. La prossima volta. La prossima vita.

Quarta strofa

Il labirinto non c’è più. Il tempo è tornato. Tutto, tranne quello perso. Il coniglio bianco l’ho lasciato alla Regina di Cuori. No, non mi ha fatto niente. La Regina di Cuori, forse, gli farà qualcosa. Povero coniglio bianco.

Ritornello [x 2]

Tanto lo so come va a finire. Anche se lo canto una volta sola. Facciamo due? E facciamo due!

Quinta strofa

Rivoglio il mio bacio. Le parole tornano in un frullato, non ne manca nemmeno una. Le mie orecchie le ingoiano tutte. Sono piena di parole, così piena che potrei regalarne a tutti i pescatori di lettere, i cacciatori di senso, i giardinieri di aiuole che anche se le vocali ce le hanno tutte e cinque, qualche parola, di sicuro gli mancherà. Qualche parola manca sempre, soprattutto quando il Cappellaio Matto ti ruba un bacio e ti fa una promessa che sa che non potrà mai mantenere se non nel ritornello. Lì ritorna tutto, torna anche lui.

30 giugno 2014

Non solo storie, ma... Sghembestorie, una recensione di Alice Trabucco



Avete presente i cantastorie? Quelli che di paese in paese, di stagione in stagione, di mondo in mondo, si portano addosso le loro storie e le regalano al silenzio degli altri?
Ecco, sicuramente ognuno di noi ne ha avuto uno.Ora, cosa succederebbe se queste storie non fossero solo storie, ma fossero anche Sghembestorie?
Come cosa sono?
Sono storie che si rimboccano le coperte e tengono per la sottoveste i sogni, prima che svaniscano alla luce del sole. E si sa, nei sogni non c'è prima e non c'è poi. Non c'è Lui e non c'è Lei. Non ci sei Tu e non ci sono Io. Ci sono solo loro, le immagini interiori, che sono un tutto globale, un simbolo impercettibile, ora trasandato, ora trasognato, ora ironico, ora innamorato.
C'è l'intimità del non-tempo, scivola sulla carta come il colore su una tela astratta, ancor prima del definirsi della forma. Un po' Mondrian, un po' Kandinsky. Oppure c'è la linea, quella che fende l'oscurità del vuoto e tesse il sogno, preziosa come un saggio, infantile Mirò.
Stelle, tutte intorno.
E poi musica, non manca mai al cantastorie. La musica che fa tornare il tempo e porta al sogno un po' di realtà, giusto così, per lasciare che lo si possa usare quando serve, anche mentre ti cuoci la pasta o guidi la macchina o ti innamori o ti disamori.
Il cantastorie passa, ti sussurra appena la sua storia, ti lascia uno scarabocchio nell'anima. Ora sì, ricordi, lo avevi disegnato tu, tanto tanto tempo fa, all'epoca del tuo primo sogno.



Alice Trabucco








* Alice Trabucco è una scrittrice, autrice di un romanzo: "Cosa ci fai tu qui con un fiore tra i capelli?", Felici Editore; di poesie: "A-mors", Aletti Editore; di racconti: "L'apice sommerso", Ilmiolibro. 




28 giugno 2014

Ultimo atto [Valentina Luberto e Miriam Catera]



Attesa, 1965, Fontana

Rossa Speranza, distesa sull'asfalto, sei mia vittima innocente.
Sono quell'attimo prima che accada qualcosa, quando si ha il presentimento che accadrà, cadendo da una qualche altura verso la quale si puntava lo sguardo prima di andare a dormire, quando le membra stanche gridavano il riposo, ma gli occhi ancora puntavano alla vetta, in un ultimo, sospirato, attimo di speranza.
Sono lì, proprio in quel gesto che si solleva, che sta teso fino a farsi male, come lo stare in punta di piedi di una ballerina ansiosa.
Sono lì, in quel crampo allo stomaco, quando ancora non si arriva alla coscienza del dolore, dell'interruzione, ma già gli acidi si mettono al lavoro dall'interno, e cominciano a corrodere un bel sentimento.
Sono lì, con lo sforzo del capo sollevato, quando il collo non riesce più a sostenere il peso di tutti quei pensieri d'amore che si stanno spegnendo; non sono riusciti a trovare un modo per volare, per farsi ascoltare o accogliere da uno sguardo altrettanto innamorato.
Sono lì, nella mano che puntava alle stelle, quando perde la sicurezza e comincia a tremare e l'indice si fa pesante, sta per perdere la strada verso il cielo.
Sono lì, ora. E cado.
Vado lentamente, non voglio che finisca subito, perché sento ancora la tensione dell'amore, perché anche "l'attimo prima" ha un cuore che non ce la fa ad arrendersi.
E l'indice scivola sulla tela rossa, scivola sulla speranza che pareva granito, un castello incrollabile da abitare.
Il capo s'abbassa, ha perso di vista il cielo e le spalle si sono fatte pesanti.
Lo stomaco s'agita, ché pure quello ama, ma che deve fare, preso dalle correnti acide del dispiacere, della mancanza e del desiderio mai realizzato.
Precipitare più lentamente di così non posso, perché il dolore è troppo, soffoca, e per respirare devo aprire il varco.
Perdonami Speranza, sono così stanco di patire, pago la mia presunzione, ho preteso di essere un'eternità, l'ho fatto per loro, perché vedevo il loro amore, come te,  e volevo aiutarlo a fiorire. Ma non ci sono riuscito. Ho capito che non spetta ad un solo attimo racchiudere un così grande sentimento, per quello, ci vuole più tempo.
Facevo un torto a loro, costringendoli a rivivermi all'infinito, costringendoli a tenere insieme tutto. E così ho finito per sospenderli in un unico gesto, li ho stretti lì, stritolandoli. Per questo ti ho ferito Speranza, e ho ferito me stesso, per lasciarli riprendere fiato. (*)



Red Plastic, 1964, Burri


Siamo così. Due voragini scure accartocciate in quello che prima era ed ora non è. Due maschere senza volto che, in fondo, si sono riconosciute, vissute, confuse e che si lasciano andare. Tra un lembo e l’altro di una storia che si chiude. Su se stessa, su tutto quello che ha animato la scena e che, ora, viene ingoiato dalla tenda rossa e malandata di un teatro di periferia. Uno di quelli con le poltrone scolorite, il tendone logoro, le locandine impolverate, capovolte e dimenticate. Uno di quei posti dove va solo chi ha nostalgia di ciò che un tempo era e ora non è più. Per non dimenticare, per chiudere gli occhi e vedere, ancora una volta, le poltrone di velluto rosso fiammante, il tendone rubino che apre la scena su tutto quello che deve accadere, il vociare eccitato del pubblico che ammutolisce appena le luci si spengono e l’occhio di bue diventa una buona scusa per sbirciare. In una storia che non conosciamo, che è di tutti e di nessuno, che è inevitabilmente anche la nostra. Il tendone si chiude, gli occhi si aprono. Il teatro sta cadendo a pezzi e noi ci stiamo dentro. Non scappiamo. Restiamo lì e ci facciamo ingoiare. Le maschere si sciolgono e in un attimo è buio. Non c’è più niente. Non ci siamo più.






[Grazie a Miriam Catera per aver dato voce all'Attesa di Fontana (*) e per aver regalato a questo post la colonna sonora]

[Per quanto riguarda Burri... spero non si arrabbi con me :D ]


26 giugno 2014

Domanda su cui si accorgono che glisso. Dovevo inventarmi qualcosa. Me la sono inventata. Speriamo non se ne accorgano.


Sarolta Bán


Perché scrivo?

Perché altrimenti mi mancherebbe l’aria – e soffocherei di noia per questa risposta, degna del miglior best seller da Autogrill. Io voglio finire in Autogrill? No, morirei di fame in Autogrill. Prima che per soffocamento da noia, indotto da tristi risposte, morirei per suicidio da cibo d’altri tempi ché non me la danno a bere: negli Autogrill esistono ancora i pani e i pesci moltiplicati da qualcuno, sempre gli stessi. Quel qualcuno lì, quella volta, ha proprio esagerato.

Perché scrivo?

Perché sì! – Ma sì, diretta, senza troppi fronzoli. Dritta al punto, così dritta, da rimanerci inchiodata in quel punto. Succede così, basta dire  e sei fregata. Tutti ti identificano come quella che dice sì, quindi: chiamiamo lei per cucinare alla festa, chiamiamo lei per farle sciroppare tutto il filmino del viaggio di nozze, chiamiamo lei quando non ci va di andare fare la spesa, insomma, chiamiamo lei per tutto il tedio che ci scappa di elargire e che il mondo deve sopportare. Se il mondo non può: chiamiamo lei! No! Proprio no! Perché sì! Non va bene.

Perché scrivo?

Per comunicare l’incomunicabile che si cela, silenzioso, nella parte più recondita del mio essere e che, la sola forma, non riesce ad estrinsecare – La filosofia colpisce. Sempre. Il più delle volte come un macigno in testa. La pseudofilosofia anche di più. Come un diretto sui denti. Non posso permettermi il dentista per me, figuriamoci per le vittime del mio inconsapevole diretto filosofico sui denti. Desisto.

Perché scrivo?

La verità è che questa è una delle domande più difficili a cui rispondere perché io non sono una di quelle che: scrivo da quando sono riuscita a tenere una penna in mano. No, io per tantissimi anni ho avuto pudore per la scrittura. Tranne qualche, ormai – ringraziamo tutti il Signore – trapassato, componimento poetico dedicato all'amabile – ormai che sa di tappo – tizio della quarta C, io non riuscivo proprio a vincerlo tutto quel pudore. Per tanti anni ho cercato qualcosa che mi aiutasse a comunicare ciò che pensavo di possedere, ma che non sapevo riconoscere e condividere – non temete, non è pseudofilosofia, solo osservazioni di vita – tentando con la musica, il disegno, la poesia. Niente di tutto ciò ha mai rappresentato il mio pieno; poi ho iniziato a scrivere e mi sono trovata bene. Mi sono trovata.


[Dite che sarebbe stato meglio glissare sulla domanda? ]


23 giugno 2014

Appunti per Sghembestorie, una recensione di Maria Sardella



Mi accingo a commentare le Sghembestorie di Valentina Luberto, ed. Lettere Animate.
Sono assediata dalle cose da dire. Ma starò attenta a non svelare troppo.

Comincio dalla Sorpresa:

“Tutti hanno un sogno, anche noi stamattina ne avevamo uno: prendere il sole in pace senza che nessuno ci desse un bel calcio. Poi sei arrivato tu e il nostro sogno è sfumato.”
Pensi, ingenuo lettore, di essere su una spiaggia, affollata di bagnanti, sdraiati bellamente al sole, con bambini vocianti e mamme che li rincorrono? Credi che a parlare siano persone petulanti e intolleranti? Sbagliato. Siamo catapultati in una delle Sghembestorie di Valentina Luberto, per la precisione nel primo racconto, Una storia o su di lì. Parte da questo punto, o su di lì, il patto narrativo tra il lettore e le parole che danzano sulle pagine, mosse da un narratrice implacabile. Bisogna affidarsi a loro, lasciarsi andare in una dimensione surreale dove oggetti, persone, fenomeni naturali e persino concrezioni rocciose parlano, si indignano, protestano (è il caso di Era e Ora due pietre sul sentiero) e sognano. Insomma in questa e nelle altre Sghembestorie assistiamo con naturalezza e (apparente) levità a un processo di antropomorfizzazione (mi si passi il conio linguistico), nel quale azioni impossibili trovano il modo di essere agite con disinvolta ‘normalità’. Dopo i primi passi rinunciamo spontaneamente, senza che ce ne accorgiamo, alle coordinate di tempo, spazio, luogo, a cui siamo abituati e cominciamo anche noi a ragionare più o meno come i personaggi bizzarri e singolari di questi racconti.

Continuo con Letterarietà:

Ogni particolare diventa un ‘personaggio’, un elemento narrativo che vive di vita propria. Nel racconto “Piera e i suoi lacrimosi moti” quello che sembra essere il personaggio principale non è rappresentato in sé, ma è definito nella sua entrata in scena dalle movenze del suo deretano, anzi dal lembo di stoffa che lo ricopre con qualche difficoltà. La moka borbotta, la torta è un ricordo…
C’è vita nei racconti di Valentina. Una vita che ferve laddove non si crederebbe mai.
Per il nitore delle immagini ingenue, penso a Mirò. “Una melodia lontana raccontava, senza parole né voce, il blu di pensieri affidati alla faccia scura della luna che li aveva portati via con sé. Nessuno più riusciva a scorgerla tra le stelle, forse era fuggita, qualcuno pensava che l’avesse ingoiata il pozzo che nessuno vedeva.” da In una notte come tante e nessuna.
Per la ricchezza sorprendente  dei particolari che chiamano e richiamano l’attenzione del  lettore penso a Bosch, depurato della  perfidia e della mostruosità dei suoi personaggi. Ma come non pensare a Dalì, alle cui fantasticherie grafiche corrispondono le fantasticherie narrative di Valentina Luberto. Il mondo surreale e onirico di Valentina proviene da una duplice esigenza: la fantasia sbrigliata e tenace coniugata al persistente realismo. Ci troviamo di fronte a una proposta narrativa surreale che compone il verismo delle azioni con le situazioni paradossali.

Proseguo con Divertimento:

Anche i colori sono a loro modo protagonisti, in una cifra a volte trasognata a volte tragica: “La stanza rossa era lì”. La vediamo nella sua potenza, indiscutibilmente. Così come i giochi di parole che tradiscono il divertissement che si nasconde dietro ogni situazione inventata. I giochi di parole che si divertono essi stessi a rovesciare il mondo e/o l’immagine che se ne dà abitualmente. Vedi l’equivoco tra sole (astro) e sole (aggettivo) nel dialogo scombinato tra la Dama Sveglia e il Cavaliere Smemorato del racconto succitato. Un gioco ripetuto volutamente anche nei titoli. Cercateli e vi sorprenderete. Così è, se vi pare.
La meraviglia è il sentimento principalmente destato nel lettore. Le pietre Era e Ora parlano, la poltrona è di nebbia, gli abbracci sono elargiti da un solo braccio, una poltrona, un pianoforte, un ramo secco arrivato da chissà dove.  Una poltrona di nebbia che conduce nel mondo dei ricordi. Insomma, un mondo impossibile, ma talmente vero da rendere trascurabile il mondo reale. Usate la lente di ingrandimento: “È  stato un colpo di fulmine anche se era una bella giornata di sole”.
I racconti sghembi di Valentina Luberto, per utilizzare immagini care a Piera dai moti lacrimosi, sono come una cipolla da sfogliare, come un carciofo da rendere inoffensivo perché sveli il suo tenero cuore.

Concludo con Visione della vita:

Ne scaturisce una visione della vita: “Le certezze mi mettono ansia, preferisco vivere continuamente sospeso e in equilibrio precario” dice l’equilibrista in Lo strano caso delle X di Orsorosso. Ipotizzo che sia parte della visione dell’autrice, anche se lei non scrive mai a tesi, ma solo seguendo il suo estro narrativo.
Accanto ai fantasmi ci sono le sparizioni, sono tante e sempre miracolose o mirabolanti. Non sparire, mi raccomando, Valentina Luberto.  Aspettiamo altre storie che siano sghembe o no.


Maria Sardella



* Maria Sardella è Autrice di romanzi. "Così è la vita, amore mio", premio Città dei Sassi, Altrimedia 2009, e "La musica del mais", Bibliofabbrica, Brescia 2013. Traduttrice di Tahar Djaout con "L'ultima estate della ragione", Bibliofabbrica, Brescia 2009. Vive a Brescia.